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Affetti negati dietro le sbarre

Affetti compromessi e umanità dietro le sbarre. L’opinione del Segretario Generale del Si.N.A.P.Pe sulla proposta parlamentare

Nuove iniziative Parlamentari all’orizzonte per garantire il diritto degli affetti dietro le sbarre. E’ la proposta lanciata dai parlamentari Manconi, Bernardini e Lo Giudice (rispettivamente PD, Radicali Italiani e PD) affinché anche in carcere i detenuti possano godere di una realtà affettiva spesso loro negata.

La mozione degli onorevoli mira ad apportare delle modifiche alla legge n.354 del 26 Luglio 1975, “altre disposizioni in materia di relazioni affettive e familiari dei detenuti”, proponendo la creazione di stanze apposite dove i detenuti possano intrattenere rapporti affettivi tra loro senza controllo visivo, la possibilità di incontrare una volta al mese per mezza giornata i propri cari in uno spazio esterno, permessi di 15 giorni per ogni semestre di detenzione e telefonate di 10 minuti più lunghe della norma per chi ha una famiglia all’estero.

Tenendo presente questa proposta, e tenendo conto dell’articolo 27 della nostra costituzione (Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato), abbiamo sentito l’opinione del Segretario Generale del Si.N.A.P.Pe, il Dott. Roberto Santini, uno dei maggiori sindacati di Polizia Penitenziaria.

Dott. Santini, la negazione della sfera emotiva è tra le prime pene indirette che si scontano con la permanenza in carcere. Lei pensa che questo aspetto sia contrario al senso costituzionale di umanità?

Indubbiamente va contro il senso comune di umanità, ma bisogna considerare che la detenzione stessa di un essere umano è oggettivamente una privazione. Da parte nostra, come Poliziotti, cerchiamo di rendere la detenzione più umana possibile attraverso il rispetto di chi non ne ha avuto per gli altri: questo è una sorta di insegnamento, un esempio di civiltà da parte nostra. Noi in quanto Poliziotti abbiamo delle regole e dei comportamenti professionali, non siamo schiavisti: sono dell’idea che dove ci sia rispetto reciproco la convivenza possa essere più umana per tutti”

Gli Onorevoli hanno parlato di proposte: stanze per relazioni, incontri famigliari in spazio esterno e telefonate più lunghe. E’ una meravigliosa utopia o il sistema carcerario Italiano è maturo per affrontare questi cambiamenti?

“Se a questa risposta potessi dare un titolo sarebbe:utopia logistica e infattibilità economica. A livello di filosofia penitenziaria non penso che il sistema di cui anche noi facciamo parte sia maturo per simili novità: ad esempio noi Poliziotti ancora stiamo assimilando il modello di sorveglianza dinamica, stiamo già affrontando un regime sperimentale. Come se non bastasse molte di queste novità potrebbero portare il personale, in talune realtà già carico di doveri, a doversi dirottare su altri compiti. Mancano le risorse. Inoltre caliamoci anche nella divisa dei colleghi: come si potrebbe sentire un agente di guardia davanti a una porta in attesa che due detenuti consumino i loro incontri? Probabilmente imbarazzato …”

La detenzione femminile necessità di un attenzione diversa. Nel nostro paese gli ICAM (istituti a custodia attenuata per madri) sono tre su tutto il territorio nazionale, come confermato da Mauro Palma (prossimo vice capo DAP). Da Poliziotto Penitenziario qual è il suo parere su questi centri?

“Come noto a chiunque sia dell’ambiente, gli ICAM sono pensati per una soluzione di maggior contatto tra la prole e la madre sottoposta a detenzione. E’ una detenzione più soft, in cui i figli delle detenute possono anche andare a scuola, fare gite e vedere altri famigliari grazie all’aiuto di volontari. E’ come una casa famiglia, ma con regole detentive. Comunque non permette di aggirare la pena. Bisogna comunque stare attenti, per evitare che vi siano abusi: bisogna quindi discernere tra situazioni reali e in cui la detenuta si approfitta della sua condizione solo per evitare il carcere meno soft. Bisogna vigilare.”

A fronte di tanti buoni propositi, una provocazione: Don Spriano, cappellano di Rebibbia da 25 anni, chiede al pubblico “Ma è davvero necessario il carcere?” Lei, come Poliziotto Penitenziario e rappresentante della categoria, cosa risponderebbe anche a fronte di quanto detto?

“Il carcere è una necessità, assolutamente si. E’ una risorsa, dal punto di vista del recupero, a patto però che ci sia una risposta collaborativa da parte dei detenuti. Probabilmente sono una minima parte. Ma la vera priorità dell’istituzione carceraria è quella di fornire una garanzia e una sicurezza per la popolazione. In una società civile è utile per mantenere l’ordine ed evitare così che chi ha sbagliato possa reiterare e arrecare ulteriore danno ai concittadini. Quello svolto dagli Agenti è dunque un servizio imprescindibile e che fin troppo spesso viene dato per scontato. A rendere maggiormente produttiva la permanenza in carcere sarebbe il lavoro di recupero a favore dei detenuti: purtroppo però l’importante carenza di figure professionali dell’area educativa rende pressoché impossibile un corretto svolgimento dell’attività trattamentale. Questa è una situazione che l’amministrazione dovrebbe provvedere a migliorare, per non vanificare gli sforzi d’equipe.”

Per vedere quali effetti sortiranno queste proposte ci vorrà sicuramente del tempo. Resta da sperare che, per dei buoni risultati, vi sia il coinvolgimento di tutte le parti interessate: Poliziotti e sindacati in primis.

Affetti negati dietro le sbarre

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About Author: Marco Gordiani