Casa Circondariale di Trento – Disordini del 22 dicembre

Illustre Ministro,

son passati due giorni dai gravissimi disordini che hanno interessato la Casa Circondariale di Trento, ove ha avuto luogo una importante sommossa da parte di un nutrito gruppo di detenuti; due giorni in cui abbiamo avuto modo di riflettere, partendo dalle notizie (anche frammentarie) che giungo. La prima analisi si muove dal teatro in cui si sono consumati i disordini. Un istituto privo di un Direttore titolare e di un Comandante di Reparto (nonostante la pianta organica preveda tre funzionari), ad oggi posto ad interpello straordinario per la dirigenza e individuato quale sede da indennizzare (attraverso i fondi del FESI) per il funzionario che si dichiarerà disponibile a svolgere le funzioni di comandante di reparto. Un istituto in cui la popolazione detenuta supera il doppio della capienza regolamentare e dove le figure professionali di sostegno sono insufficienti. È in questo scenario che lo scorso 22 dicembre, appresa la notizia di un suicidio consumato da un detenuto fra le mura del carcere, un elevatissimo gruppo di ristretti (circa 200 sono stati quelli per cui è stato disposto il trasferimento) ha posto in essere una sommossa, per contenere la quale è stato necessario (o meglio, è stato ritenuto necessario) un intervento interforze, con l’ausilio delle altre forze di polizia. Una mattinata di terrore, un penitenziario devastato, personale di polizia penitenziaria che ha dovuto fare ricorso alle cure ospedaliere; sono circa 10 le unità di polizia penitenziaria fra feriti e intossicati, a cui nessuna autorità né dell’Amministrazione, né di Governo del territorio ha tributato alcuna menzione. A costoro, per altro, è stato consentito di fare ricorso alle cure mediche solo nel tardo pomeriggio, dopo molte ore dall’inalazione dei fumi. Che alla base vi sia un disagio avvertito dalla popolazione detenuta presso il carcere di Trento è altamente probabile, ma quale sia la causa di espressioni così estreme e violente non appare essere interrogativo sufficientemente scandagliato dall’Amministrazione, attesa l’evidente responsabilità nella creazione di quello stato di cose innanzi descritto. Scelte gestionali prive di criterio che danno luogo a mobilità selvaggia dei vertici di un Istituto Penitenziario, filosofie detentive di “stipaggio” che portano ad ammassare detenuti in istituti stracolmi, come se la capienza regolamentare non fosse mai stata scritta. Le corse successive, le parole di sostegno ed incoraggiamento, le telefonate di conforto o – nella peggiore delle ipotesi – indagini alla ricerca di responsabilità da addossare all’agente di sezione, sono le uniche iniziative a cui assistiamo, mentre il sistema penitenziario continua ad andare alla deriva dietro responsabilità evidenti di chi quel sistema è chiamato a gestirlo. Di fatti concreti non si vede nemmeno l’ombra. Ci dica allora l’Amministrazione, quali sono i motivi per i quali – pur con una pianta organica piena nel ruolo dei funzionari – Trento è sprovvista di comandante di Reparto; ci dica come pensa l’Amministrazione di gestire un penitenziario con direttori pro tempore, la cui azione è logicamente limitata in fatto di progettualità. Ma soprattutto ci dica l’Amministrazione come intende porre un freno a quest’ondata di violenza contro persone e cose, quale tutela intende apprestare ai poliziotti penitenziari, esposti in prima linea alle conseguenze di una gestione illogica. Preme segnalare la cospicua corrispondenza prodotta dal Segretario Regionale Si.N.A.P.Pe in merito alla gestione del penitenziario negli ultimi tre mesi, dove si è assistito ad un crescendo degli eventi critici e ad una filosofia gestionale ritenuta dagli stessi poliziotti penitenziari non soddisfacente nell’interazione con la popolazione detenuta. Gli aspetti che emergono, opportunamente analizzati potrebbero offrire concreti spunti di riflessione anche per la ricerca delle condizioni che hanno condotto agli episodi del 22 dicembre. Si resta in attesa di un cortese quanto urgente riscontro.3