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Dott. Roberto SANTINI – Segretario Generale Si.N.A.P.Pe – Riflessioni sulla manifestazione del 19 settembre 2017

Un nutrito gruppo di poliziotti penitenziari che scende in piazza per far ascoltare la propria voce altro non è che lo specchio della realtà; uno specchio che riflette anzitutto la SORDITA’ di una Amministrazione che di certo non ha fatto del dialogo e del confronto la propria linea guida, in maniera non dissimile dall’atteggiamento del Ministro della Giustizia. Una miriade di problemi a cui fa eco la continua richiesta di aiuto da parte del personale che non trova alcuna interlocuzione. Quanto accaduto nella giornata del 13 (7 giorni fa) rappresenta – poi – la sintesi di un barcone alla deriva; una nave che il proprio capitano ha da tempo abbandonato, con tutto l’equipaggio, al proprio destino. Quando la macchina organizzativa della manifestazione era in piena attività, un evanescente ed irriverente Ministro della Giustizia, dopo sollecitazioni durate mesi e richieste di convocazioni non accolte, a distanza di un mese e mezzo dalla dichiarazione di interruzioni delle relazioni sindacali, riceve le Organizzazioni ed in maniera beffarda sostiene addirittura che trecento poliziotti in piazza non sono sufficienti; ne servono ventimila se vogliamo vedere realizzate le nostre rivendicazioni e se vogliamo ottenere quello che Lui non può darci! Gli fa eco il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria che con l’espressione di chi si sente tirato in una causa che non gli appartiene e gli riguarda afferma di ignorare che la Polizia Penitenziaria manifesta contro di lui. Questi sono i vertici, uno politico e l’altro Amministrativo, che dimostrano non solo una lontananza siderale dal personale che sono chiamati a guidare, ma soprattutto dimostrano di non avere contezza alcuna delle problematiche che riguardano l’istituzione Carcere e chi ci lavora. Vertici che rifuggono il confronto e che vivono di “dichiarazioni di intenti” ma che non hanno dato dall’inizio del loro mandato alcun segnale concreto né agli operatori penitenziari, né all’Europa, che continua a tirare l’Italia per il bavero per la condizione dei suoi istituti di pena. Ma se da un lato la voce del popolo può rimanere impunemente inascoltata, ai diktat dell’Europa bisogna rispondere, perché lì in ballo ci sono pesanti sanzioni per l’Italia. Il reale problema è come questo è stato fatto, tanto che quasi nostalgicamente possiamo affermare che “si stava meglio quando si stava peggio” Ieri ricorreva il bicentenario della Polizia Penitenziaria; sono duecento anni, dunque, che operatori della giustizia lavorano per garantire la sicurezza del Paese gestendo i reclusi; ma non ci sono pari nella storia, almeno in quella “moderna” o post costituzionale, del costante ripetersi di fenomeni violenti. Il crescendo si è registrato – senza timore di smentita – da quando il carcere “su spinta europeista” si è dovuto “reinventare” attribuendo un diverso un senso alla definizione della pena data dalla Costituzione. Si giunge così alla “sorveglianza dinamica” che non si è ben compreso se è stata attuata per rinnovare la filosofia custodiale o per negare che l’organico è insufficiente. Si progetta un sistema teoricamente funzionante; ce lo chiede l’Europa! Lo si cala nella pratica ove si scontra con la realtà e “magicamente” quel sistema si trasforma, cambia di fatto identità ma non muta il nome. Diventa così – e chiamiamolo con il nome che gli sarebbe congeniale – un sistema di “celle aperte”. L’Europa è contenta, i detenuti pure; gli operatori penitenziari un po’ meno. E questo perché “rinnovare la filosofia” non coincide con il rinnovamento psicologico/comportamentale dell’utenza.

Ma a quanto pare non basta! Al danno, la beffa! e Strasburgo pochi giorni fa torna a
bacchettare ancora una volta l’Italia perché i penitenziari sono ancora troppo sovraffollati.
Celle aperte e minore disponibilità di donne e uomini in divisa, vuol dire legalizzare una
convivenza “senza controllo” di detenuti con profili diversi, che spesso si alimentano a vicenda. E
non sono evidentemente sufficienti i circuiti penitenziari a contenere il fenomeno. Accade dunque
che un giorno è lo slancio del singolo, un giorno è una presa di posizione di un gruppo e i disordini
diventano ordinaria quotidianità.
Aggressioni, evasioni, disordini all’interno dei penitenziari, suicidi.
Prato, Piacenza, Rieti, Frosinone, Gorgona, Poggio Reale , Secondigliano, sono solo esempi,
ma potremmo citarne molti, molti, molti altri. Non c’è penitenziario italiano in cui ogni giorno non
si narra la storia di un disordine, più o meno contenibile e più o meno grave, ove a farne le spese è
sempre il personale che lavora in prima linea.
E si arriva a toccare il fondo quando, sfatato il mito dell’autosufficienza, serve l’ausilio delle
altre forze dell’ordine perché a fronte di un evento critico di ampia portata, in servizio vi sono
pochissime unità “dinamiche”. E’ l’eclatante caso di PISA del 30 agosto 2017
Però attenzione! Fa da contraltare alla “sorveglianza dinamica/celle aperte”, l’introduzione
nel codice penale del REATO DI TORTURA (sia chiaro, quelli “torturati” non siamo noi poliziotti
penitenziari, ma sono coloro che sono affidati alla nostra custodia, i detenuti).
E in tutto questo l’Amministrazione che fa? Ascolta i suoi uomini? Cerca di capire con una
prospettiva dall’interno qual è il punto di caduta di un sistema che non funziona?
Nulla di tutto questo, o meglio NULLA in assoluto!
Se per un attimo ci proiettiamo nel futuro, quali saranno le tracce del passaggio del Ministro
Orlando, del Presidente Consolo e di tanti Provveditori, Dirigenti Generali dello Stato per “grazia
ricevuta”?
Saranno ricordati tutti come attori del “non fare”, come l’amministrazione degli “eterni
cantieri”. Si è provato a fare ordine, a disciplinare materie importanti, ci sono stati “incontri” , si
sono analizzate bozze di varandi DM o di PCD ma nessuno di esso è stato portato a conclusione:
proviamo a pensare alla materia della mobilità del personale la cui disciplina organica era esigenza
avvertita tanto dal personale, tanto dall’Amministrazione (così si era detto). Anche lì un nulla di
fatto! E fargli compagnia potremmo parlare degli organici extra moenia, dell’Accordo Quadro e di
molte altre cose.
E se è chiaro il nodo che lega la Politica e l’Amministrazione, come si può legittimare questo
modo di fare politica che ha di fatto sconquassato l’Amministrazione Penitenziaria?
Perché manifestiamo, dunque?
Perché siamo arrabbiati!
Perché non ci sentiamo rappresentati!
Perché siamo abbandonati al nostro destino, chiamati a svolgere una professione di assoluta
delicatezza, indispensabile per una società civile, e lo dobbiamo fare senza sicurezza e senza
gratificazioni!
Manifestiamo perché ci è toccata una guida sorda che non comprende le nostre difficoltà e
che ancor meno è capace di portare all’esterno le nostre esigenze. Di tanto è prova il tanto atteso e
altrettanto deludente riordino delle Carriere. Una partita importante, delicata, che ci ha visto
trasformarci di protagonisti in spettatori; una partita in cui l’Amministrazione, che doveva far
valere le ragioni e le esigenze della Polizia Penitenziaria, ha preferito navigare nella scia tracciata
da altri portando a casa un progetto cablato su realtà distanti dalle nostre e che a casa nostra
arrecherà più danni che benefici. Un riordino che NON è IL NOSTRO RIORDINO perché non
risponde alle esigenze organizzative dei penitenziari; penitenziari in cui (e molti forse fanno finta di
dimenticarlo) la Sorveglianza Generale continua ad essere affidata agli Assistenti Capo e non sarà
certo l’attribuzione della qualifica di “coordinatore” a modificare la realtà o ad indennizzare le
responsabilità.

Manifestiamo allora anche perché si corra ai ripari, perché quel documento attraverso una nuova procedura venga rimodulato a misura della realtà penitenziaria perché – se ne prenda coscienza – fra le forze di polizia, le maggiori peculiarità sono proprio della Polizia Penitenziaria. Manifestiamo perché mentre qualcuno festeggia, qualcun altro si ritrova solo a gestire circa 100 detenuti a “celle aperte” perché i saggi, gli esperti, hanno detto che è così che si fa! Che l’organico è sufficiente perché bisogna abbandonare la vecchia filosofia del rapporto numerico; ormai siamo “dinamici”. Manifestiamo perché si prenda coscienza della necessità di un solido piano di assunzioni, perché si ponga fine allo scempio di aprire nuovi reparti negli istituti (aumentando sensibilmente la popolazione detenuta) senza rimodulare gli organici. Istituti “colabrodo”, personale esausto e “i nuovi reparti” sorgono come funghi nel sottobosco penitenziario, fra cui spiccano i centri di osservazione psichiatrica. Ogni giornata di lavoro, dunque, per le donne e gli uomini in uniforme, è ormai diventato un momento preceduto dalle grande incognite del “chissà se anche oggi porterò a casa la pelle?”, “chissà quanti posti di servizio sarò chiamato a coprire oggi?”, “chissà quali altre responsabilità che non mi competono dovrò assumermi in questo turno?” e non per ultimo “chissà a che ora finirà il mio turno di lavoro?”! “Rischio professionale” dice qualcuno! Quel qualcuno che non riflette sul fatto che “la professionalità” corredata dai suoi rischi va indennizzata ed invece … esposti a rischi SI, professionali o addirittura professionisti della sicurezza, ma senza soldi, con un contratto scaduto da 10 anni e con uno stipendio medio che ci fa accedere di diritto nella top ten dei poveri del futuro. Nessuna sicurezza e nessuna dignità per i Servitori dello Stato! Qualcuno potrebbe avere il coraggio di replicare che la questione del Contratto è ormai superata; in fondo la Corte Costituzionale ha affermato a chiare lettere che quel blocco è illegittimo. Certo, il Governo “esegue”, convoca i sindacati per l’avvio del lavori, salvo poi dichiararne la sospensione con un laconico “ci aggiorniamo a settembre”… oggi è 20 settembre e di aggiornamenti non ne sono giunti! Né ci è dato sapere l’ammontare dei fondi! Perché, cari colleghi, la triste realtà è che in questo Paese, si investe su tutto ma non si investe sulla SICUREZZA. E se gli appartenenti ad un Corpo di Polizia – per definizione “tutori dell’ordine” – giungono all’estremo gesto di SCENDERE IN PIAZZA è perché ogni via di interlocuzione a qualsiasi livello si è dimostrata fallimentare. Mentre le autorità festeggiano in pompa magna, i lavoratori non possono che prendere le distanze da una classe politica e dirigente che consapevolmente si rifiuta di guardare in faccia alla realtà. Per il Si.N.A.P.Pe questo non è l’appuntamento conclusivo ma è solo la prima tappa di un lungo tour, che ci vedrà itineranti su tutto il territorio Nazionale a portare le “ragioni” della Polizia Penitenziaria Per NOI la divisa non è un capo d’abbigliamento; per noi la divisa è identità! Una identità che merita salvaguardia, garanzie e una sensibilità politica diversa!

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