CASA CIRCONDARIALE DI BOLOGNA – Barriere architettoniche

Egregio Direttore,
questa è una nota anomala, fuori dall’ordinario che ha come fine il voler dimostrare di quanta umanità è ricco l’animo di chi fa un lavoro così duro come il nostro, comprendendo anche il Suo.
Spesso l’opinione pubblica ci percepisce come persone aride di emozioni ed emozionalità senza comprendere che invece ne siamo colmi e se viviamo quotidianamente con altri essere umani che si sono macchiati dei delitti più efferati abbiamo comunque quel senso di responsabilità che ci fa guardare oltre.
Oltre al pregiudizio, oltre le sbarre, oltre ogni limite.
Probabilmente ci si aspetterebbe una lettera simile da un legale ma questa O.S. nonostante sia un sindacato autonomo di Polizia Penitenziaria, vuol farsi portavoce di un malessere che sta vivendo, anche con una certa intensità, la mediatrice culturale, disabile, che lavora nell’istituto da Lei retto a causa delle barriere architettoniche ivi presenti. Reputiamo che il diritto al lavoro, il diritto all’indipendenza sia un diritto acquisito da tempo e non è possibile non eliminare tutti quegli ostacoli culturali ed architettonici che fanno sentire un disabile fuori luogo, seppur titolato e capace di esprimersi come lavoratore al pari di ogni altro. L’accesso alla mensa, al bar, l’ingresso stesso in istituto deve essere possibile per la lavoratrice in questione. Crediamo nella fattibilità a che la stessa possa consumare un pasto o bere un caffè in compagnia e non alla scrivania del suo ufficio. Per farlo è necessario abbattere tutti quegli impedimenti che potrebbero avere conseguenze negative sull’autostima della lavoratrice facendola sentire, addirittura e a torto, inadeguata.
Siamo dell’idea che il contributo della mediatrice culturale di cui trattasi sia prezioso e crearle un ambiente di lavoro sereno ed accogliente non potrà che renderlo più efficace ed efficiente.