COMUNICATO – Caos e follia nelle carceri del Paese! Ministro Cartabia, cos’altro deve accadere per registrare un sussulto?

Qualche giorno fa un arguto editorialista, ex sottosegretario alla giustizia, su un quotidiano nazionale ha ragionato sulla “formazione” delle Forze dell’Ordine. Un tema ricorrente quando ci si imbatte in comportamenti ritenuti (dal giornalista) “variamente illegali e in abusi ed irregolarità” da parte del mondo in divisa. I nodi sono sostanzialmente due: l’istruzione tecnica e la dimensione dell’educazione culturale degli appartenenti al Comparto Sicurezza e Difesa.
Perché le donne e gli uomini in divisa sono titolari dell’uso legittimo della forza e di compiti di controllo e di repressione invece, “generalmente, l’operatore di polizia tende a vedere nell’individuo al quale si accosta un possibile nemico, una potenziale minaccia, una insidia per l’incolumità propria e per quella pubblica”.
La solita visione miope e di parte, la consueta narrazione stereotipata, l’ennesima banalizzazione del sistema sicurezza del Paese!
In pochi giorni, a Taranto è dovuto intervenire il G.O.M. dopo che 140 detenuti hanno devastato un reparto a seguito di un ritardo nell’elaborazione degli esiti dei tamponi; a Cassino un energumeno palestrato in cerca di anabolizzanti ha deciso di attentare la vita del medico e dell’infermiera del reparto; a Secondigliano un detenuto ha sfondato il muro della cella con la branda aggredendo 4 poliziotti seriamente malmenati; a Rossano i medici dell’Asp di Cosenza hanno rassegnato le dimissioni a causa della carenza di sicurezza per la loro incolumità fisica e mentale all’interno del penitenziario.
Episodi disseminati sul territorio che testimoniano, però, un sistema carcerario al collasso, con i penitenziari che sono oramai diventati dei “contenitori” del disagio psichiatrico, con il personale in divisa che dovrebbe essere – alternativamente – mediatore culturale e referente della sicurezza intramuraria nel caso di eventi critici, senza però usare scudi e manganelli anche dinanzi alle devastazioni più becere, con la sola forza del pensiero e della persuasione.
Per evitare di incappare in errori, per non patire altre ingiustizie, per non dover poi leggere che l’uso della forza – anche se disciplinata dall’Ordinamento Penitenziario – è un “sentimento” diffuso in buona parte degli operatori immaginati come degli indomiti picchiatori, meglio allora soprassedere, indugiare aspettando che l’ira funesta dei malintenzionati passi serrando (semplicemente) i ranghi.
La Ministra Cartabia e l’intero dicastero di Via Arenula sembrano precipitati nell’oblio più profondo.
Non basta una testimonianza di circostanza a Taranto per fare sentire la vicinanza del governo e dell’Istituzione al personale che lavora in quel Reparto di “frontiera”.
La Cartabia deve tracciare un nuovo percorso di rinnovamento e credibilità; un percorso che ha a che fare con l’attitudine personale, con la valorizzazione di una Amministrazione Penitenziaria diversamente protagonista, con la coscienza delle persone nel solco dell’Ordinamento Penitenziario e delle sue regole.
Altrimenti è bizzarro parlare di formazione del personale senza interrogarsi prima se è possibile puntare su un “programma di educazione alla legalità” da rivolgere ai detenuti!
Si rischia di scadere nell’irriverenza?
A cosa serve imbastire riforme penitenziarie se non si riforma il pensiero?
O forse è più semplice scendere in piazza per gridare l’imbarazzante disarmo di questo governo dinanzi alla dilagante devastazione delle carceri del Paese e per la totale assenza di una seria politica penitenziaria fatta non di miracolistiche opinioni ma di concrete iniziative?