Condanne agenti Istituto di San Gimignano

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E’ notizia di questi giorni l’avvenuta condanna – in primo grado – di dieci poliziotti penitenziari operanti nell’Istituto di San Gimignano, per i reati di “tortura” e “lesioni aggravate”, con pene comminate che vanno fino ad un massimo di 2 anni e 8 mesi. I fatti risalgono al 2018 e sarebbero inerenti ad un pestaggio avvenuto durante lo spostamento coatto di ubicazione detentiva di un recluso.

I dieci agenti hanno chiesto il rito abbreviato dopo essere stati arrestati mentre altri cinque colleghi, anch’essi coinvolti, hanno scelto il rito ordinario con la fissazione della prima udienza il 18 maggio.

I fatti oggetto di contestazione in sede giudiziale sono stati ripresi dalla telecamere di videosorveglianza interna e, ad un certo momento, dati in pasto a programmi televisivi di vario genere; dai telegiornali nazionali ai programmi di approfondimento andati in onda in prima serata.

“Della ingiusta, denigratoria e decontestualizzata spettacolarizzazione di queste immagini abbiamo già avuto modo di esprimere le nostre rimostranze con apposite note; i canali di informazione dovrebbero rendere un servizio pubblico e non speculare attraverso un’ “aggressione mediatica” di persone che, anche se avessero sbagliato, non meritano di essere date in pasto all’opinione pubblica solo per soddisfare il livello di audience delle emittenti televisive che le trasmettono”. Prosegue precisando in tal senso “ questo non vuol dire che si difenda a spada tratta chi ha sbagliato ma almeno che non si strumentalizzino tali casi per svilire un Glorioso Corpo formato da persone che si sacrificano ogni giorno tra mille criticità nel rispetto del mandato istituzionale” – afferma il Dott. Roberto Santini, Segretario Generale SI.N.A.P.Pe.

Rispetto alle condanne emesse prosegue dicendo “da più parti sorge il dubbio che la fattispecie per come delineata nel reato di tortura non si attagli più a quelle che sono le mutate situazioni sociali; un agente penitenziario che assume in se anche la qualifica di agente di pubblica sicurezza come può operare con serenità ed autorevolezza se la sua azione viene messa in discussione allorquando, ad esempio, per reprimere situazioni critiche o pregiudizievoli per l’ordine e la sicurezza interna si vede costretto a fare un passo indietro piuttosto che agire con la fermezza necessaria per ristabilire la tranquillità intramuraria? In questo senso non ci è parso che ci siano stati inasprimenti di pene per chi aggredisce le forze dell’Ordine ma solo stigmatizzazioni del nostro agire in favore di quelli che si ritengono a prescindere sempre e comunque i soggetti deboli della situazione, cioè i detenuti”.

Conclude dicendo “quale sindacato attento ai nostri colleghi in trincea auspichiamo un interessamento dei vertici affinché, per il futuro, non si verifichino più tali narrazioni mediatiche che hanno il solo effetto di gettare pubblico discredito ad una categoria di umili e degni servitori dello Stato quali siamo ed a cui apparteniamo”.