COVID E CARCERE – Applicazione dell’obbligo vaccinale per le forze di polizia – Misure del “Decreto Natale”

Egregi
Con nota 4038/SG del 25 novembre (che si allega in copia), a ridosso del varo del DPCM che in data 24 novembre ha introdotto l’obbligo vaccinale per le forze di polizia, questa Organizzazione Sindacale chiedeva al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria l’emanazione di linee applicative volte a regolamentare le procedure.
Già in quella corrispondenza ci si interrogava sugli effetti della previgenza (rispetto all’entrata in vigore del decreto) di uno stato legittimante assenze ad altra causa (esemplificativamente aspettative per motivi di salute, art 42 d. l.vo 151/2001) in cui il riconoscimento del trattamento economico è previsto per legge anche senza la correlata prestazione lavorativa.
A parere di chi scrive, appare stridente rispetto alle predette fattispecie la sovrapposizione con un provvedimento di sospensione per mancata ottemperanza all’obbligo vaccinale.
Di tale avviso è anche il Dipartimento di Pubblica Sicurezza che, con circolare odierna, chiarisce che la sottoposizione a procedura di “avviso” a carico del personale che si trova nelle condizioni di cui sopra varrà a valere dalla cessazione dello status indicato (cessazione del periodo di aspettativa/cessazione del periodo di congedo per assistenza L. 104).
Di senso diametralmente opposto e penalizzante le disposizioni del DAP, motivo per il quale se ne richiede l’urgente revisione nel senso più favorevole al personale di polizia penitenziaria, ripristinando i trattamenti economici lì dove sospesi nonostante le condizioni sopra esplicitate.
Si coglie l’occasione della presente corrispondenza per sollecitare un più ampio intervento in tema di “covid e carcere”, che vada oltre i confini delle profilassi introdotte a contenimento del contagio e oltre la misura dell’obbligo vaccinale introdotto per le forze di polizia.
È innegabile che il carcere ospiti soggetti fragili ed è innegabile come negli spazi in cui è impossibile assicurare il distanziamento sociale sia più facile riscontrare l’insorgenza di focolai.
Possono ritenersi sufficienti le misure di quarantena adottate nei confronti dei detenuti, le permanenze in reparti di “decantazione”, l’obbligo per la polizia penitenziaria di esibizione del green pass (anche da tampone) divenuto poi obbligo vaccinale, obbligo di utilizzo dei D.P.I, eccetera, ad arginare la contagiosità delle continue varianti del virus?
I focolai attivi all’interno delle carceri non depongono a favore di una risposta che assolva lo Stato e le coscienze.
Ed in tutto questo, fra obblighi e misure di controllo, v’è una sorta di “zona franca” ove non insistono obblighi di esibizione di green pass (né base, né rafforzato) – vedasi l’accesso ai colloqui tanto per i familiari, tanto per i difensori – né obblighi di utilizzo di DPI di maggiore efficacia come le mascherine FP2 che, ad avviso del “Decreto Natale” si rendono obbligatorie in alcune aree di erogazione di servizi (cinema, teatri, ristoranti…) ma non in carcere.
La terrificante esperienza della primavera 2020 (in termini di rivolte), il triste bilancio di vite umane che il covid ha falcidiato inducono a riflessioni di maggiore responsabilità e di tanto si invitano le Autorità competenti, sia politiche che amministrative, ad una interazione con gli organi legislativi per una disciplina ad hoc riservata alle carceri.