Emergenza CoVid-19 – gestione dell’emergenza negli Istituti Penitenziari – Disposizioni di carattere sanitario

Illustre Presidente,
al crescere della preoccupazione del Paese per l’inarrestabile flusso dei contagi da CoVid-19, come è naturale, cresce la preoccupazione degli operatori dei servizi essenziali e nel caso che qui ci occupa, degli operatori di Polizia Penitenziaria.
Mai come in questo momento c’è necessità di un approccio caratterizzato da assoluto bon senso e da massima cautela; un momento in cui anche la comunicazione è importante affinché essa non diventi strumento – nelle mani di pochi – per alimentare inutili polemiche e fuorvianti interpretazioni.
Probabilmente con lo sguardo annebbiato dalla comprensibile paura del momento, le parole utilizzate da codesti Uffici nelle disposizioni che afferiscono specificatamente la Polizia Penitenziaria, sono state oggetto di molteplici interpretazioni quasi ad attribuire al DAP l’onta di aver dettato disposizioni in controtendenza con quelle dettate dai vertici della sanità (nazionale e mondiale).
Il riferimento esplicito è alla necessità che si ricorra alla quarantena fiduciaria per tutti coloro che sono venuti a contatto con soggetti risultati positivi al virus. Evidentemente, al di là di capillari disposizioni che interessano i dipartimenti di competenza, va da sé che le disposizioni di carattere sovraordinato trovano applicazione a prescindere da disposizioni di dettaglio che vadano in controtendenza (anche se non è questo il caso). Ma questa osservazione non basta per rasserenare gli animi di quanti, nonostante non facciano alcun passo indietro rispetto alla linea di frontiera cui ci costringe il nostro peculiare lavoro, rivendicano l’esatta tutela del superiore bene alla salute.
Il poliziotto penitenziario, pronto a rendere ogni servizio al Paese per il quale ha giurato, chiede solo che la propria salute e quella dei propri cari non venga compromessa da interpretazioni (a volte troppo personali) di norme di portata collettiva.
Emblematico in tal senso è la scottante materia dei dispositivi individuali di protezione che, pur nella loro non rispondenza ai criteri fissati dai dipartimenti di sanità, finanche nella loro blanda azione di protezione non vengono distribuiti o ne viene “vietato” l’uso per non indurre in agitazione la popolazione detenuta.
Ciò argomentato, ben si comprende come sia necessaria una ulteriore indicazione – tesa ad omologare interpretazioni sul territorio nazionale – relativa alla condizione dei Poliziotti Penitenziari, nella loro condizione sì di operatori di servizi essenziali, ma anche nella loro
dimensione di cittadini.
È indubbio che il carcere, ove quell’assembramento che la legge vieta non può scongiurarsi, costituisca un punto debole della catena e non è peregrina l’ipotesi per la quale non sarà troppo lontano quel futuro in cui una casa circondariale avrà la stessa eco di qualche Comune oggi cinturato.
Un paese nel paese, una città nella città.
Comprendiamo le difficoltà operative che oggi magari vengono maggiormente in luce rispetto a quanto fin qui denunciato e comprendiamo che non basta l’irrisoria immissione di nuove unità in servizio per fronteggiare un’emergenza senza pari. E su questo solo la politica può segnatamente intervenire; solo il Governo può, ove voglia, non perdere questa preziosa occasione per dare un segnale ai cittadini sulla preminenza della sicurezza del Paese.
Dal canto nostro possiamo limitarci a perorare la causa di un provvedimento amministrativo che consenta al personale del DAP e del DGMC – individuato su base volontaria e previo riconoscimento delle conseguenti spettanze economiche – di partecipare ai servizi degli Istituti Penitenziari maggiormente in sofferenza.
Per quanto fin qui argomentato ed in attesa di disposizioni di dettaglio che si pongano a chiarimento di quelle emanate il 13 marzo, si resta in attesa di un cortese cenno di riscontro sulle proposte avanzate.