Evasione dall’ospedale di Terni – evento del 12 marzo 2019

Onorevole Ministro,

sono stati momenti di terrore quelli che hanno interessato l’ospedale di Terni ove si è compiuta, nella serata di ieri, una rocambolesca evasione da parte di due detenuti colà ricoverati.
Al di là del buon esito dell’operazione, che ha condotto all’immediata cattura del detenuto che era riuscito ad allontanarsi e che ha impedito di fatto all’altro detenuto di darsi alla fuga, l’intero evento porta comunque alla conta dei feriti: dall’infermiera aggredita nella stanza di degenza, ai poliziotti penitenziari in servizio di piantonamento, ad una ragazza a cui, dopo essere stata presa a morsi, è stata sottratta l’auto. Ad esser ferito è stato anche uno dei due detenuti, raggiunto da un colpo di arma da fuoco, fortunatamente non letale, esploso da un poliziotto intervenuto per sventare l’evasione. L’episodio che qui stiamo narrando, ricorda il tristemente noto episodio occorso al “Vito Fazi” di Lecce qualche anno prima; anche in quella occasione furono esplosi colpi di pistola e anche in quel caso semplici cittadini furono coinvolti nella dinamica dell’evasione. Ma anche più di recente un altro tentativo, immediatamente sventato, alla fine di gennaio a Campobasso, ha riguardato un detenuto che rientrava da una traduzione in ospedale. I casi che qui abbiamo citato, non certo con pretesa di esaustività, risultano accomunati dalla “circostanza” in cui si sono verificati, ovverosia in occasione di traduzioni o piantonamenti per motivi sanitari. Sul caso di Campobasso si rincorsero notizie sull’opportunità o meno dell’effettuazione della visita presso strutture esterne di cura; nel caso di Terni, la stampa riporta una sorta di preordinazione dell’evento, dato che uno dei due detenuti era stato ricoverato per aver ingerito una lametta. Si può in tal caso parlare di strumentalità da parte del detenuto? Lo scenario che emerge è quello di una fragilità del sistema di sicurezza che si accentua fuori dal perimetro penitenziario; se poniamo in correlazione questo dato con l’elevato numero di traduzioni per motivi sanitari e con il numero di piantonamenti in luoghi esterni di cura che vengono effettuati durante l’anno, la dimensione del fenomeno assume connotati preoccupanti. E noi siamo seriamente preoccupati, proprio perché consapevoli dei rischi e della carenza delle risorse umane e strumentali. Rischi che, evidentemente, coinvolgono la collettività che deve essere garantita dallo Stato. Più volte e in più sedi abbiamo sollecitato ad un ripensamento della sanità penitenziaria, attraverso un sistema che porti la medicina dal paziente e non viceversa. Abbiamo chiesto a gran voce di puntare sui centri clinici diagnostici, di investire risorse, di garantire all’interno delle strutture detentive quei servizi di continuità assistenziale che consentano di ridurre ai minimi termini la necessità di rivolgersi ai luoghi esterni di cura. Un investimento in tal senso troverebbe in se stesso il finanziamento economico dato dal risparmio di spesa che deriverebbe dal contenimento dei servizi di traduzioni e piantonamenti. Il tutto con un’elevazione indiscutibile degli standard di sicurezza. La richiesta è che si lavori in maniera progettuale per giungere a quella che gli economisti definirebbero una “internalizzazione delle estrenalità”, almeno in riferimento alla questione sanitaria. Bisogna porre un argine ad una situazione che sta dimostrando a pieno le proprie fragilità e che costituisce un serio e concreto pericolo per la sicurezza pubblica in generale. Il Si.N.A.P.Pe offre sin d’ora la più ampia collaborazione per la stesura di un progetto che punti al superamento della sanità esterna.