IL CARCERE È DAVVERO UN’ISTITUZIONE “RIFORMABILE”?

Commento alla relazione finale della “Commissione Ruotolo” Pare vi sia un’unica risposta – di senso negativo – a questa domanda! O semplicemente ancora una volta non si è intrapreso il percorso giusto. “Lasciate ogni speranza, o voi che entrate!” – è questo l’amaro commento di chi, da addetto ai lavori, da osservatore qualificato e privilegiato, si addentra nei meandri della relazione finale consegnata dalla Commissione Ruotolo alla Ministra della Giustizia qualche giorno fa. La commissione, val bene ricordarlo, è stata costituita nello scorso mese di settembre con l’obiettivo di individuare possibili interventi concreti per migliorare la qualità della vita delle persone recluse e di coloro che operano all’interno degli istituti penitenziari, nella prospettiva del rafforzamento dei principi costituzionali e degli standard internazionali. Una summa di alte professionalità interne ed esterne al modo penitenziario, che spaziano da un docente universitario (da cui ha preso il nome la commissione), a profili di dirigenza generale dell’Amministrazioni, magistrati, avvocati, garanti! Una intellighenzia che ha prodotto una serie di proposte, per lo più di modifica al Regolamento Penitenziario, che – ci sia consentito – appaiono essere di scarsa incisività ma soprattutto di dubbia efficacia per la realizzazione degli alti obiettivi posti a fondamento: miglioramento della qualità della vita anche di coloro che operano all’interno degli istituti penitenziari. È proprio su questo profilo che vuole soffermarsi il commento del Si.N.A.P.Pe! Fra le “azioni” che interessano la Polizia Penitenziaria v’è un (discutibile) disegno di revisione dell’organizzazione delle “unità operative” che tenda a “favorire da parte degli operatori di polizia penitenziaria una maggiore stabilità e conoscenza delle persone detenute ed una specializzazione nella gestione dei bisogni specifici che possono caratterizzare l’utenza allocata presso un determinato reparto”. Stride non poco con il proclama, l’approccio (vedasi la bozza di circolare sulla media sicurezza) di una vigilanza che sia per lo più esterna alla sezione detentiva, caratterizzata da dinamicità del controllo. Se l’idea è quella di porre le basi per costruire relazioni fiduciarie fra utenza e rappresentanti delle istituzioni (fermo restando che frontman dell’istituzione è e resta il poliziotto penitenziario), è bizzarro pensare che questo possa accadere all’interno delle sproporzioni numeriche date dal sempiterno binomio sovraffollamento/carenza organica. Quel rapporto 1 a 100 (poliziotto/detenuti) non è di certo il punto di partenza per una “conoscenza” reale dell’utente e dei suoi bisogni sì da privare di ogni senso compiuto il richiamo alla “prevenzione degli eventi che possono generare disordine attraverso la conoscenza delle dinamiche di contesto e delle singole persone che compongono il contesto” Perplessità si generano nel lettore anche in relazione al paragrafo dedicato alla “identità di ruolo della polizia penitenziaria” da promuovere e rafforzare anche attraverso l’approfondimento delle tematiche legate all’etica e alla deontologia professionale. Sin dall’istituzione del Corpo di Polizia Penitenziaria, molteplici ed eterogenei sono stati gli indirizzi che di volta in volta, in base alla sensibilità del momento, sono stati dati al fine di “scrivere” l’identità di ruolo: dalle logiche securitarie a quelle più spiccatamente trattamentali! Un “giano bifronte” a cui è chiesto di esser “tutto e il suo contrario” ingenerando confusione, anche nei percorsi formativi. Amareggia leggere della necessità di rendere omogenea l’interpretazione del concetto di autorità, responsabilità, relazione, mandato istituzionale. Quello che nella relazione viene definita come una “diversa percezione” è in realtà in risultato dei disorientanti indirizzi dettati nel tempo: è sempre stato poco chiaro cosa si voglia dal poliziotto penitenziario. E continua ad esserlo anche alla luce della relazione in commento, specialmente nella parte in cui da agente di polizia penitenziaria si passa alla descrizione di una figura di mediazione culturale, come se il percorso formativo fosse identico per i due profili, quasi a render superfluo il percorso accademico che ammette all’esercizio di determinate professioni. Vien da chiedersi, anche provocatoriamente, se è questa la Polizia Penitenziaria del domani, per quale motivo i piani assunzionali hanno riguardato personale in divisa (con particolare riferimento ai ruoli esecutivi) e non figure professionali come appunto i mediatori culturali? Non manca nella disamina un passaggio sull’uso della forza! Limiti, protocolli operativi, appositi corsi di formazione; e ancora trova consolidamento l’avversata circolare in tema di perquisizioni fuori dei casi ordinari con la preventiva notifica, fra gli altri, al Garante nazionale dei detenuti”. Sfiducia nei confronti del Corpo? Fra amaro in bocca e interrogativi irrisolti, lette le dichiarazioni della Ministra sul punto e sulle prossime priorità del suo mandato, auspichiamo un confronto sul tema!