“il carcere facile”Ci si limiterà a bocciare il concetto o si concretizzeranno le auspicate riforme?

“Troppe leggi. Troppi processi. E troppo carcere”! Nel proprio intervento ad un convegno tenutosi a Padova qualche giorno fa, con queste lapidarie parole, la Guardasigilli descrive lo stato “patologico” della giustizia italiana. Un’analisi cruda che mette a nudo il groviglio di una iperattività legislativa e giurisdizionale confusa e spesso contraddittoria, che da un lato pone al centro rieducazione e risocializzazione e dall’altro fa della carcerazione preventiva sempre e comunque il punto di partenza dei “problemi con la legge”. “Quante detenzioni in carcere ci sono per pene brevi in cui di fatto le persone vengono esposte ad una criminalità per cui si rischia di ottenere effetti contrari a quello della rieducazione?” E’ ella stessa, vertice politico di uno dei più importanti dicasteri del sistema Governativo italiano, a sottoporre alla platea sotto forma di interrogativo un vulnus che noi abbiamo sempre sostenuto essere esistente. Il carcere come contenitore multiforme, come discarica sociale, come “parcheggio” in attesa di accertamenti che non di rado conducono ad assoluzioni. E i numeri snocciolati, che rispondono alla domanda retorica di cui sopra, fanno rabbrividire. Dal 1991 al 2020, riporta “il Giornale”, “ci sono stati trentamila fra assoluzioni e proscioglimenti. Più o meno mille l’anno, due o tre al giorno. Il 35 per cento dei processi si chiude con l’assoluzione… ma il malcapitato spesso è finito dietro le sbarre ed è stato colpito dallo stigma della riprovazione sociale”.

E’ in questo che si innesta il concetto di “porte girevoli” che affatica la vita penitenziaria, che ingarbuglia il meccanismo, che rende vacui gli sforzi di riorganizzazione. Bisognerebbe partire da queste riflessioni, operare una seria, profonda e radicale riforma del sistema penal-procedurale prima ancora di metter mano al sistema penitenziario. Ma nel disordine globale, si comincia dalla fine, lasciando inalterato l’inizio: considerazione, questa, quanto mai pertinente se leggiamo il parallelo l’articolo che stiamo commentando e il progetto di riorganizzazione del circuito “media sicurezza” su cui si sta lavorando presso il DAP. La bizzarria risiede principalmente nel fatto che i soggetti cui fa riferimento il Ministro – che in carcere non dovrebbero fare accesso e che di contro costituiscono una fetta importante dell’utenza – confluiscono proprio nella media sicurezza. L’ordine logico delle cose indurrebbe a lavorare prima sull’epurazione di ciò che non dovrebbe essere “reclusione” e poi sul sistema di quella reclusione. Solo così si potrebbe guardare al senso compiuto dell’articolo 27 della Costituzione evitando di permanere nelle “logiche di pronto soccorso” che caratterizzano l’approccio riformistico al carcere. Inquadrato il problema, serve il coraggio di risolverlo, sempre che ve ne sia la reale volontà!