La visita a Santa Maria Capua Vetere del Presidente del Consiglio e della Ministra della Giustizia

Signora Ministra,
La visita a Santa Maria Capua Vetere del Capo del governo e della Guardasigilli per molti media è stata vista come “un segno di attenzione al popolo dei detenuti” ma, aggiungiamo noi, anche a quei servitori (silenti) dello Stato che hanno patito l’onta della propria divisa macchiata dai pestaggi.
La sofferenza e lo sgomento che l’intero Corpo ha patito, hanno scosso le coscienze delle donne e degli uomini della Polizia Penitenziaria che hanno dovuto assistere alla gogna mediatica che sembra aver già decretato i colpevoli oltre ogni ragionevole dubbio, in barba dei principi costituzionali che governano questa Repubblica, primo fra tutti il principio di presunzione di innocenza sancito dall’art. 27 della Costituzione.
Dopo numerose richieste Ella ha accettato di incontrare, nella più completa informalità, i rappresentanti delle Organizzazioni Sindacali del Corpo; una concessione sicuramente gradita, ma pur sempre una concessione!
È d’uopo specificare come, appresa dalla stampa la notizia della visita a Santa Maria Capua Vetere, Le abbiamo espressamente richiesto di incontrare, a margine dell’impegno istituzionale, le organizzazioni sindacali ma, in riscontro, è spiaciuto leggere che la visita è stata voluta “per incontrare esclusivamente il personale e i detenuti della casa Circondariale di Santa Maria C.V.”.
Con ciò non si ha l’intento di sminuire l’incontro avuto con le rappresentanze sindacali, ma l’estemporaneità con la quale ciò si è inserito nel programma della giornata. Il messaggio che è passato, al di là della “cortesia” che è stata usata anche grazie all’intercessione operata degli alti referenti d’Amministrazione, è stato quello di un sacrificio del Sindacato sull’altare dell’interventismo, come se esso in questo periodo buio per il Corpo, non avesse fatto la sua parte criticando senza fronzoli la “ignobile mattanza”, le “ingiustificabili violenze ed umiliazioni”, non avesse esercitato una lapidaria attività di moral suasion nelle altre carceri non cedendo alla deriva sensazionalista, alla sorda difesa corporativista per mero cameratismo ed in nome di un ingiustificabile senso di appartenenza.
L’alto valore simbolico della presenza simultanea del Presidente del Consiglio e della Ministra della Giustizia, Capo politico del Corpo di Polizia Penitenziaria, ha costituto certamente un segno concreto di vicinanza alla comunità penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere ma al di là della gradevolezza “estetica” delle risultanze, delle parole sempre sagge e sapienti che Ella riesce a pronunciare, a mancare è stata la relazione – opportuna, doverosa, programmata – con le parti sociali, con una delegittimazione del ruolo del Sindacato, che diventa eventualità, estemporaneità, non trovando posto nell’agenda degli impegni governativi.
Non è il nostro, di certo, l’atteggiamento di chi vuole piangersi addosso, di chi non si sente valorizzato nel proprio ruolo mediano; è piuttosto la delusione di chi dovrebbe essere – per mandato e ruolo – parte attiva del cambiamento.
Le parole del Presidente Draghi sono giunte ad infrangere una sorta di silenzio, con una sorta di assunzione di responsabilità dello Stato che si affianca alle responsabilità individuali; quella responsabilità collettiva che va risarcita con il cambiamento di un sistema. Ma come possono scriversi le pagine del cambiamento se non v’è una parlametarizzazione della questione penitenziaria? La materia, nella sua tentacolarità, tocca punti apparentemente ubicati su piani molto distanti: la stessa varanda riforma della giustizia pare andare nel verso opposto a quella della volontà di marginalizzare la carcerazione. Un serie di questioni che ci appaiono ancor più complesse e di cui non riusciamo a comprendere i propositi di un Governo di scopo.
E ancora… Per “capire le sconfitte” occorre riformare il sistema carcere perché “non può esserci giustizia dove c’è abuso”.
Le lapidarie parole del Capo del governo, affinché le carceri diano veramente luogo a dei nuovi percorsi di vita, necessitano però di funzioni dialogiche diverse, più articolate, certamente più sincere.
Se la politica non crede più nel dialogo con le parti sociali è difficile ritenere praticabili i tavoli tematici annunciati dal Sottosegretario con delega in chiusura dell’incontro dello scorso 7 luglio; la concertazione può costituire uno strumento utile per dare una marcia in più al Suo dicastero ma a una condizione: che ci sia piena condivisione tra Lei e le associazioni sindacali circa gli obiettivi da raggiungere ed i vincoli da rispettare.
Non patiamo né crisi di identità né di funzioni ma se manca la condivisione, la partecipazione ed il rispetto dei ruoli l’interlocuzione risulta essere minata e sterile.
Se Ella intende veramente riformare il sistema penitenziario sarà necessaria una interlocuzione non marginale con le associazioni di categoria per valorizzare al meglio, in primis, il lavoro delle donne e degli uomini della Polizia penitenziaria.
Senza riserve.