Onorevole Ministro, Esimi tutti in indirizzo, la data del 23 giugno 2025 è una data che resterà impressa nella memoria di molti per la gravità dell’evento consumatosi nelle mura del penitenziario di Castrogno: due poliziotti penitenziari aggrediti da un detenuto che, armato di un punteruolo rudimentale, si è scagliato sui malcapitati riuscendo ad attingerli e provocando a costoro lesioni ritenute guaribili rispettivamente in 20 e 15 giorni. Ordinaria follia in una stagione calda che è già stata segnata da numerosi disordini: ultimi in ordine di tempo ricordiamo quanto accaduto in simultanea a Terni e a Spoleto, quanto accaduto il giorno successivo a Trapani, e ancora quanto accaduto a Poggio Reale. Ma quello che lascia attoniti ed indignati rispetto all’evento teramano è il senso di impotenza quando l’aggressione non è più il culmine di una crisi momentanea e finanche psicotica, ma appare delinearsi come un atto premeditato a mano armata. Un detenuto che si dota di un punteruolo e scientemente lo conficca nelle carni di un poliziotto penitenziario descrive la più feroce delle violenze. Ed oggi si sta a ragionare sulla sorte benevola (è beffardo definirla così) perché se quella lama fosse stata più lunga e semplicemente avesse attinto una parte diversa del corpo, oggi staremmo raccontando tutt’altra storia. Urge una riflessione, altra e profonda sul sistema detentivo, perché evidentemente non bastano le perquisizioni ordinarie a bonificare gli ambienti dai numerosi strumenti atti ad offendere che l’ingegno riesce a costruire. Ed in effetti il sapiente assemblaggio di prodotti di uso comune, artatamente modificati, può dare vita a vere e proprie armi bianche. Si pensi alle lame ricavabili dalla lavorazione del metallo delle bombolette del gas. La cruenza dell’evento non può passare inosservata e deve responsabilmente condurre l’Amministrazione della Giustizia in senso lato ad attivarsi per la scrittura di procedure operative che non si riducano alle tecniche di disarmo o a procedure di gestione di disordine collettivo; i poliziotti penitenziari devono essere tutelati e questo è preciso dovere dello Stato. Sulla base di queste premesse, si chiede la convocazione di un tavolo tematico di confronto per l’analisi del fenomeno e la prospettazione di un piano strategico per affrontare l’irrisolto problema delle aggressioni in carcere.
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Casa Circondariale di Teramo – evento critico del 23 giugno
Onorevole Ministro, Esimi tutti in indirizzo,
la data del 23 giugno 2025 è una data che resterà impressa nella memoria di molti per la gravità dell’evento consumatosi nelle mura del penitenziario di Castrogno: due poliziotti penitenziari aggrediti da un detenuto che, armato di un punteruolo rudimentale, si è scagliato sui malcapitati riuscendo ad attingerli e provocando a costoro lesioni ritenute guaribili rispettivamente in 20 e 15 giorni.
Ordinaria follia in una stagione calda che è già stata segnata da numerosi disordini: ultimi in ordine di tempo ricordiamo quanto accaduto in simultanea a Terni e a Spoleto, quanto accaduto il giorno successivo a Trapani, e ancora quanto accaduto a Poggio Reale. Ma quello che lascia attoniti ed indignati rispetto all’evento teramano è il senso di impotenza quando l’aggressione non è più il culmine di una crisi momentanea e finanche psicotica, ma appare delinearsi come un atto premeditato a mano armata.
Un detenuto che si dota di un punteruolo e scientemente lo conficca nelle carni di un poliziotto penitenziario descrive la più feroce delle violenze. Ed oggi si sta a ragionare sulla sorte benevola (è beffardo definirla così) perché se quella lama fosse stata più lunga e semplicemente avesse attinto una parte diversa del corpo, oggi staremmo raccontando tutt’altra storia.
Urge una riflessione, altra e profonda sul sistema detentivo, perché evidentemente non bastano le perquisizioni ordinarie a bonificare gli ambienti dai numerosi strumenti atti ad offendere che l’ingegno riesce a costruire. Ed in effetti il sapiente assemblaggio di prodotti di uso comune, artatamente modificati, può dare vita a vere e proprie armi bianche. Si pensi alle lame ricavabili dalla lavorazione del metallo delle bombolette del gas.
La cruenza dell’evento non può passare inosservata e deve responsabilmente condurre l’Amministrazione della Giustizia in senso lato ad attivarsi per la scrittura di procedure operative che non si riducano alle tecniche di disarmo o a procedure di gestione di disordine collettivo; i poliziotti penitenziari devono essere tutelati e questo è preciso dovere dello Stato.
Sulla base di queste premesse, si chiede la convocazione di un tavolo tematico di confronto per l’analisi del fenomeno e la prospettazione di un piano strategico per affrontare l’irrisolto problema delle aggressioni in carcere.
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