Revisione delle piante organiche del Corpo di polizia penitenziaria relative al personale appartenente alla carriera dei funzionari. RIFLESSIONI (AMARE) SUL TEMA!

Che il “correttivo” partorito dall’Amministrazione contenesse degli elementi di innaturalità, con ingredienti poco miscelabili e confusi, era sufficientemente noto a tutti.

Ma era evidente lo sforzo nel tenere insieme, in un percorso parallelo, la dirigenza penitenziaria e la componente dei funzionari del Corpo, alimentando una diarchia per niente congeniale al corretto funzionamento dell’istituzione “carcere”.

Sapevamo, altresì, che per definire i posti di funzione da attribuire al personale della carriera del funzionari sarebbe stato necessario sciogliere il nodo gordiano, la relazione stringente, tra la dotazione organica e le funzioni che agli stessi possono essere assegnate dalla legge ma mai avremmo pensato ad un sostanziale arroccamento dell’Amministrazione quasi a voler difendere delle anomale posizione di rendita.

Quello che è emerso ieri, dopo il vano tentativo dell’unione tra diversi, è la visione confusa dell’Amministrazione Penitenziaria incapace di elaborare una ricetta logica e comune al servizio dell’istituzione carceraria.

Come se il fine precipuo della Polizia penitenziaria, e di rimando del personale della Carriera dei funzionari, non fosse il governo delle carceri ma, piuttosto, il mondo parallelo, la dimensione diversa.

Una sovrapposizione di politiche di gestione del personale non condivisibile: la difesa di un orizzonte individuale rispetto al contesto nazionale.
È un vizio che nell’Amministrazione Penitenziaria si è ripresentato spesso, quasi come un tratto distintivo soprattutto se associato alle logiche centrali.

Ma ciò rappresenta quasi una tara genetica del sistema amministrazione, lo
condiziona e lo domina producendo conseguenze incontrollabili. E il più delle volte contrarie ai bisogni della collettività penitenziaria.

Anche in questo caso tutto sta rischiando miseramente di ridursi alle convenienze dell’uno o dell’altro d’altronde anche l’Amministrazione Penitenziaria, come tutte le collettività umane, è fatta dalle persone con i loro pregi ed i loro difetti, con le simpatie e le antipatie e con le legittime aspirazioni alla crescita ed al successo.

Ma tutto questo è fisiologico se si accompagna con la difesa di idee, ideali,
visioni e progetti (comuni e condivisi con il Sindacato) per il Corpo di Polizia penitenziaria.
In modo poco ponderato l’Amministrazione Penitenziaria ha offerto un dato ritenuto soddisfacente: su 536 unità presenti appartenenti alla carriera dei funzionari del Corpo, 138 sono impiegati in strutture extramoenia (il 25%…). 

Senza voler drammatizzare, ognuno riterrà il dato come meglio crede vivendo il quotidiano “penitenziario” con il disincato proprio, valutando se il restante 75% è sufficiente per la gestione del Carcere inteso in senso stretto.

Ciò che ci amareggia è l’alea che avvolge questa partita, un gigantesco non
detto, che non colma il vuoto ed il sospetto di un confine segnato.
Poi, se qualcuno vorrà ed avrà il tempo, ci dirà cosa si intende per “divisione”, “ufficio di maggiore rilevanza” o, finanche, per “funzionario addetto al reparto” per poi associare numericamente il personale del competente profilo.

Senza dimenticare che se gli istituti penitenziari sono stati classificati con un indice di complessità di gestione, frutto di una serie di coefficienti recepiti con un D.M., qualcosa vorrà pure dire e appare quantomeno bizzarra l’idea dell’Amministrazione di destinarvi lo stesso numero di “intelligenze” a prescindere dal livello.