Un giorno di ordinaria follia. Quel “virus” che nulla ha a che vedere con il COVID-19!

Mai visto un testo così pasticciato, l’ultimo DPCM, con una formulazione talmente ondivaga da alimentare auspici di clemenza, dopo la legge 241/2006 che concesse per i reati commessi fino al 2 maggio dello stesso anno un indulto non superiore ai tre anni per le pene detentive e fino a 10.000 euro per le pene pecuniarie, oltre all’anelito di possibili “misure alternative di detenzione domiciliare”. Il “virus” vero è l’inconcludenza della politica che, con le carceri in rivolta, arriva a proporre i domiciliari “a chi è vicino al fine pena per affrontare il problema del sovraffollamento”. Ma l’emergenza non era il “Coronavirus”? Quel DPCM non doveva assicurare al Ministero della giustizia quell’idoneo supporto per il contenimento della diffusione del contagio del COVID-19 prescrivendo alcune raccomandazioni e disciplinando i colloqui dei detenuti? Dalla “forte preoccupazione” espressa dall’indefesso Garante nazionale delle persone private della libertà personale all’incauta sortita del Pd che sollecita il governo, ossia se stesso, a “trovare soluzioni immediate”: al sovraffollamento temendo il “virus”? Poi, gli impavidi Radicali Italiani che pur suggerendo il dialogo con tutti (“inclusa la polizia penitenziaria”) brandendo il patrimonio della non violenza, codice genetico del partito di Pannella, teme le rivolte. Ma allora perché tante parole in libertà? L’Italia come l’Iran ed “in uno Stato democratico, vista l’emergenza del Coronavirus, l’amnistia e l’indulto sarebbero provvedimenti necessari” perché, vista la dimensione del sovraffollamento, le “carceri sono illegali” e servirebbe “ricorrere alle misure alternative, aumentare la detenzione domiciliare, tenendo presente che 16mila detenuti hanno una pena residua inferiore ai due anni. Un’altra misura sarebbe la liberazione anticipata speciale, oggi di 45 giorni, ripristinarla a 75 alleggerirebbe le carceri”. E dopo simili argomentazioni come meravigliarci della devastazione delle carceri, messe a ferro e fuoco da un’orda barbarica di Unni al grido di “Amnistia!”? In questo fragore chiassoso fatto di altalenanti e contrastanti dichiarazioni, in nome della diversità di vedute, si staglia il silenzio del Ministro della Giustizia come se le carceri, con i precari equilibri, ed il Corpo della Polizia penitenziaria non fossero affare suo. Il bollettino di guerra recita di devastazioni odierne a Foggia, Verona, Milano “San Vittore”, Prato, Livorno, Rebibbia “Nuovo Complesso”, Padova, Palermo “Pagliarelli” e Trani.